in

“Ottobre rosa”, la prevenzione salva la vita: necessario investire risorse

(Teleborsa) – Ottobre, ormai, è ribattezzato il “mese rosa”, dedicato a una serie di campagne e iniziative per la prevenzione del tumore al seno. Solo in Italia ricevono, infatti, una diagnosi di tumore della mammella oltre 50.000 donne all’anno, circa 140 diagnosi al giorno, in leggero aumento (+0,3 per cento per anno) mentre fortunatamente continua a calare, in maniera significativa, la mortalità (-0,8 per cento per anno). In linea con i dati AIOM 2018, la sopravvivenza a 5 anni delle donne con tumore della mammella in Italia è pari all’87%. La diffusione su larga scala, nel nostro Paese, dalla seconda metà degli anni ’90 dei programmi di screening mammografico con l’aumento del numero di diagnosi di forme in stadio iniziale ha contribuito, unitamente ai progressi terapeutici e alla diffusione della terapia sistemica adiuvante, alla costante riduzione della mortalità per carcinoma mammario. Da non sottovalutare i casi di tumore alla mammella nell’uomo, tra i 700 ed i 1000.

Ne abbiamo parlato con il dottor Mario Rampa, senologo di riconosciuta fama, attivo da oltre 10 anni nella diagnosi, cura e prevenzione del tumore al seno, un vero e proprio innovatore nell’utilizzo dei social network a scopo divulgativo di preziose informazioni e spunti fruibili dal pubblico con l’intento di rivoluzionare il rapporto medico-paziente.

E’ la prevenzione l’arma più potente che abbiamo per riuscire a sconfiggere questa malattia. Investire risorse nella prevenzione ci permette di abbassare le dimensioni della malattia alla diagnosi, di fare cure chirurgiche più leggere e risparmiare a più donne possibili la chemioterapia, decisamente la cura più di impatto. A ciò si aggiunge un altro aspetto fondamentale: una notevole diminuzione della spesa sanitaria, considerando l’impatto dei costi delle chemioterapie (paziente curato con chirurgia + radioterapia +ormonoterapia Vs paziente curato con tutte le precedenti +chemioterapia -> rapporto circa 1 a 10 circa).
In Italia solo il 4,2% della spesa è destinato alla prevenzione. Eppure è stato calcolato che se si raggiungesse il livello del 5% previsto dai Lea (livelli essenziali di assistenza, ndr), l’incidenza della spesa sanitaria pubblica sul Pil scenderebbe dal 9,2% all’8,92%, come sottolineano i dati del Rapporto sullo Stato dell’oncologia in Italia presentato in Senato in aprile 2017.

Ho letto che un’attenta attività di prevenzione può ridurre addirittura tra il 40 e il 45% il rischio di mortalità: sono dati corretti?

“C’è una riduzione del rischio di sicuro ma quantificarla in numeri è assolutamente opinabile. Se si fa uno schema molto serrato con uno screening adeguato delle pazienti che hanno già avuto un riscontro questo influisce anche oltre il 50% in termini di riduzione del rischio di recidiva, ma sulla prima diagnosi, direi che intorno 30% può essere una stima più verosimile che prende in considerazione tutte le statistiche che ci sono. Poi vanno considerate le differenze regione per regione, quindi, facciamo una media a grandi linee”.

C’è un’età che può essere considerata più a rischio di altre?

“Il rischio assoluto come età di maggiore incidenza di malattia è sicuramente tra i 45 e 70 anni che sono poi le età di screening della maggior parte delle regioni del nostro paese. Il rischio relativo, però, e questa è una cosa su cui sto facendo una battaglia, è sulle donne che sono al di fuori della fascia di screening, lasciate a se stesse. E’ questo il dato: ci si ammala anche prima dei 45 anni e anche oltre i 70 e li però deve essere motu proprio della donna, aver cura di se stessa e andare a fare i controlli”.

Ci sono differenze tra Nord e Sud?

“Sì, soprattutto in termini di risposta allo screening, al Sud, specie in alcuni contesti diciamo non cittadini, un po più rurali anche delle regioni del nord, alcune parti del Veneto, alcune parti della Lombardia, diciamo che la sensibilità è inferiore quindi anche il riscontro della diagnosi precoce resta un po’ più basso perchè c’è meno sensibilità sull’argomento. Il prof. Veronesi ci diceva che lui aveva un sogno: mortalità zero per questa malattia, è il nostro obiettivo ma siamo ancora ben lontani. Mi piace dire che la prevenzione passa attraverso tante visite a vuoto finchè non arriva la visita che ti salva la vita al malato e, se vogliamo estendere il concetto, alle persone che gli stanno accanto perchè il tumore non riguarda solo l’individuo ma è una malattia sociale”.


Fonte: http://news.teleborsa.it/NewsFeed.ashx

ASviS, Gualtieri: più investimenti per sostenibilità ambientale

GGP, ancora nessuna adesione all'OPA Alperia