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CRIF-Unifi: il 64% delle imprese garantite dai Confidi ha margini di miglioramento nell'ESG

(Teleborsa) – Il 64% delle imprese finanziate o garantite da Confidi si trova nella situazione di dover fare investimenti per migliorare la propria valutazione ESG. L’analisi dei fattori ESG sta assumendo sempre più attenzione all’interno dei processi di gestione del rischio tra gli intermediari finanziari in un contesto in cui anche le imprese stanno acquisendo crescente consapevolezza sul fatto che migliorare le dimensioni ESG sia fondamentale e rappresenti un importante elemento di supporto nel rapporto con le stesse istituzioni finanziarie. Questa è la principale evidenza emersa da una ricerca CRIF condotta in collaborazione con l’Università degli Studi di Firenze, che ha approfondito per la prima volta le istanze ESG nel mondo dei Confidi con l’applicazione dello score ESG di CRIF sulle imprese garantite.

“L’obiettivo della ricerca – spiega Lorenzo Gai, ordinario di Economia degli intermediari finanziari dell’Università degli Studi di Firenze – è stato quello di analizzare le differenze nella popolazione di imprese nel portafoglio di quasi 100 Confidi italiani, vigilati e non, in termini di fattori ESG. I risultati forniscono una chiave di lettura sintetica, frutto di diversi livelli di aggregazione dei dati, ma al tempo efficace e utile ai Confidi. Disporre di un sistema di score ESG delle imprese socie rappresenta infatti per i Confidi un importante strumento di controllo e presidio sia nella fase di concessione delle garanzie/finanziamenti diretti sia in quella di monitoraggio dell’esposizione del proprio portafoglio a tale tipologia di rischi”.

“Lo score ESG – commenta Simone Capecchi, executive director di CRIF – non è solo un termometro del livello di adeguatezza verso la sostenibilità di un’impresa ma una bussola. Una volta individuate le aree di miglioramento delle imprese socie in ambito sostenibilità, i Confidi possono fornire un servizio di consulenza ad elevato valore aggiunto a loro favore, in una logica simile a quella del rating creditizio. Con l’obiettivo di evidenziare i singoli gap, simulare gli impatti di un miglioramento dello score ESG e accompagnare gli associati nella transizione con la proposta di prodotti di credito/garanzia dedicati, anche integrati con i bandi PNRR”.

A livello di settore e area geografica i valori medi dello Score ESG di CRIF mostrano una non marginale dispersione (minimo 2,27 e massimo 4,38). I migliori valori medi dello Score ESG si collocano tra le imprese del settore Servizi (2,55) e del Nord Ovest (2,58) mentre quelli peggiori tra le imprese del settore Primario (4,01) e in quelle del Sud e Isole (3,39).

Appare interessante osservare i gap delle imprese a livello di settore e zona geografica per singolo fattore ESG. Nello specifico della dimensione Environmental: nel Primario e nel Commercio vi sono gap per quanto concerne il Factor Emission (esposizione al rischio fisico ed emissioni) e l’Environmental hazards (esposizione al rischio fisico); nell’Industria vi è un gap per quanto concerne il Factor Emission; nelle Costruzioni vi è un gap per quanto concerne la Waste Production (gestione dei rifiuti); il settore dei servizi risulta quello con la migliore valutazione ambientale complessiva. A livello di fattori Social, il gap più critico è rappresentato dall’Employee Relationship (attenzione al dipendente o benessere dei dipendenti) del settore Primario e – in misura minore – dei settori Costruzioni e Servizi. In particolare per il settore Primario il gap è presente in quasi tutte le zone geografiche. Sul fronte della Governance, gli elementi di debolezza si ravvisano nella Strategy (attenzione alle strategie per la sostenibilità) per il settore Primario e nell’ambito della Ethical considerations (attenzione ai temi etici) per tutti gli altri settori.

La ricerca CRIF-Unifi ha indagato inoltre in maniera specifica il rischio fisico (rischio di impatti finanziari derivanti dai cambiamenti climatici) su cui si è recentemente focalizzata l’aspettativa di vigilanza di Banca d’Italia in materia di ESG. Dall’analisi emerge un risultato molto elevato nel Nord Est e nel Sud e Isole, principalmente espressione del settore Primario e, in misura minore, e del Commercio.

“Nonostante l’estrema attualità e rilevanza, si ha la percezione che nel mondo dei Confidi il tema ESG – aggiunge Gai – non sia ancora pienamente sviluppato in tutte le sue componenti e potenzialità, in particolare per quanto attiene alle ricadute sulle PMI. Anche se alcuni Confidi risultano essere più virtuosi, sono presenti gap più o meno accentuati come il ridotto numero di figure interne dedicate, l’assenza/incompletezza di basi dati su cui impostare analisi per campagne marketing e campagne commerciali, lo sviluppo embrionale di metriche di valutazione del rischio ESG e l’assenza di meccanismi per incorporare il rischio/opportunità ESG nel pricing”.

“I Confidi dovranno curare anche la propria valutazione ESG, essendo parte attiva del finanziamento in qualità di garanti. Per farlo, i Confidi – conclude Capecchi – dovranno migliorare la valutazione ESG del portafoglio garanzie e affidamenti diretti, intraprendere azioni volte al miglioramento delle componenti ESG evidenziandole nei bilanci e acquisire certificazioni ambientali. Senza dimenticare che sarà fondamentale porre attenzione alla valutazione del rischio fisico all’interno dello score ESG, poiché una volta che si identifica e misura un rischio operativo di una impresa socia il passaggio successivo potrà essere la determinazione di maggiori accantonamenti per tutelarsi dal rischio stesso”.


Fonte: http://news.teleborsa.it/NewsFeed.ashx

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